L’Angela custode di Renzi

La richiesta italiana di rinviare il pareggio di bilancio strutturale dal 2015 al 2016 non è stata bocciata esplicitamente dalla Commissione europea. Vittoria su tutta la linea, dunque, per il governo Renzi che lo scorso aprile aveva deciso di sfidare Bruxelles sulla tempistica del risanamento fiscale? Non ancora, perché l’esecutivo dovrà, secondo la Commissione, “rafforzare le misure di bilancio per il 2014”. Fonti di Bruxelles smentiscono che questo equivalga già oggi alla richiesta di una “manovra correttiva” sul bilancio pubblico.
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La richiesta italiana di rinviare il pareggio di bilancio strutturale dal 2015 al 2016 non è stata bocciata esplicitamente dalla Commissione europea. Vittoria su tutta la linea, dunque, per il governo Renzi che lo scorso aprile aveva deciso di sfidare Bruxelles sulla tempistica del risanamento fiscale? Non ancora, perché l’esecutivo dovrà, secondo la Commissione, “rafforzare le misure di bilancio per il 2014”. Fonti di Bruxelles smentiscono che questo equivalga già oggi alla richiesta di una “manovra correttiva” sul bilancio pubblico; non a caso il commissario Olli Rehn, incalzato dai giornalisti, si è rifiutato di quantificare con precisione i necessari “sforzi aggiuntivi”. Il ministro delle Finanze, Pier CarloPadoan, ostenta ottimismo su Twitter: “Commissione Ue apprezza riforme italiane. Debito alto, lo sapevamo: acceleriamo riforme e privatizzazioni per ridurlo in modo sostenibile”. Poi in una nota il ministero dell’Economia e delle Finanze (Mef) precisa che le stime Ue sul disavanzo strutturale “non tengono conto di alcune voci relative alle minori spese pianificate ma non ancora specificate nel dettaglio e a maggiori introiti, come quelli attesi dalle privatizzazioni”. Ergo, “il Mef è fiducioso che gli obiettivi di bilancio saranno raggiunti senza ulteriori interventi”. In definitiva gli eurotecnocrati hanno concesso un’apertura di credito a Roma ma allo stesso tempo hanno attivato informalmente un “monitoraggio rafforzato”: tutto dipenderà dallo sforzo riformatore del governo nei prossimi mesi e – come aggiungono a Palazzo Chigi – dagli equilibri cangianti tra le cancellerie europee.
Renzi comunque farebbe bene a non considerare già acquisita una svolta espansiva nella governance dell’Eurozona. A sostenerlo è Peter Jungen, imprenditore tedesco di lungo corso, fondatore e presidente di Business Angels Netzwerk Deutschland, l’associazione dei “business angel” della più forte economia europea. Jungen in queste ore ha partecipato al Festival dell’Economia di Trento per portare il contributo dell’Institute for New Economic Thinking (Inet), il think tank fondato dal finanziere George Soros, e ha deciso di trattenersi più del previsto per incontrare il premier italiano arrivato a sorpresa domenica. Amico personale di Wolfgang Schäuble, il politico cristiano-democratico che dal 2009 è ministro delle Finanze di Angela Merkel, Jungen sostiene che il voto delle elezioni europee “ha rappresentato una protesta contro i governi nazionali che non hanno portato a termine le riforme per rilanciare l’economia”. E sul punto la sua lettura collima con quella di buona parte dell’establishment tedesco che sottolinea invece la tenuta dei partiti di governo di Berlino, capaci di assicurare crescita economica e coesione al paese. Come valutare allora il 7 per cento dei consensi raccolti da Alternative für Deutschland, movimento euroscettico alla prima assoluta nel paese di Konrad Adenauer e Helmut Kohl? “Quel movimento annovera nelle sue file i migliori economisti del paese – replica Jungen – Insomma, definirli ‘populisti’ è una sciocchezza”. Se raccolgono consensi è perché non tutti i paesi mediterranei sono all’altezza dell’euro, “perlomeno se si accetta il principio per cui in un sistema di mercato chi sbaglia paga. Ecco, finora nell’area dell’euro, violando la clausola del ‘no-bailout’, cioè del ‘no’ ai salvataggi con i fondi pubblici, questo principio non è stato rispettato – dice l’investitore – In tal modo si incute timore nel contribuente tedesco”. Jungen appare però convinto del fatto che l’esponente politica più popolare del suo paese terrà una linea rigorista: “Merkel è l’unico leader dell’Eurozona ad aver visto da vicino come può fallire uno stato, cioè la Repubblica democratica tedesca. Una lezione che ancora oggi condiziona molto le sue scelte”. Detto altrimenti: non è con i salvataggi pubblici che si sollevano le sorti di un paese, soltanto i meccanismi di distruzione creatrice del capitalismo possono farlo. Jungen, classe 1939, non s’immagina perciò a breve svolte di Berlino nel senso di un’apertura alla mutualizzazione del debito con i paesi periferici, né nel senso di un’Unione bancaria cementata da un’assicurazione comune sui depositi: “Innanzitutto perché la potenza dell’economia tedesca è sopravvalutata”, dice.
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Jungen aggiunge: “Come farà Berlino a puntellare le debolezze altrui se dal 2005 il tasso di imprenditorialità, misurato come numero di nuove imprese rispetto alla popolazione, non fa che calare? La prima potenza economica europea sta completamente mancando la rivoluzione delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione che ha preso piede da anni negli Stati Uniti. La Germania è dominante in settori come quello dell’automotive che nella loro struttura di fondo sono identici da oltre 100 anni. Tutto ciò è allarmante”. Poi c’è un problema politico e culturale: “Così come ai tempi dell’unificazione tedesca sotto Bismarck e poi ai tempi che precedettero l’ascesa di Hitler, il paese vive di nuovo nella sua condizione di semi-egemonia nel continente. Non abbastanza debole per non incutere timore, non abbastanza forte per essere un egemone benigno. In queste condizioni, davvero conviene chiedere a Berlino di fare di più per l’Europa? In passato questo interventismo non portò bene al paese e al resto dell’Europa. Perciò oggi è assurdo attendersi che Merkel compia dei passi in questo senso”. In questa situazione, con la Germania egemone riluttante e quasi in crisi d’identità, “un governo italiano stabile e riformatore può aiutare anche noi che col vostro paese abbiamo una relazione speciale – conclude – Ora, a maggior ragione con l’indebolimento della politica e dell’economia francese, Renzi sappia che ogni avanzamento graduale nell’Eurozona – dalle infrastrutture ai programmi mirati anti disoccupazione – dovrà passare per un’intesa diretta con Merkel. Colga l’occasione”.